Se fosse un film di Frank Capra (quelli pieni di sentimenti mai banali) avrebbe un titolo del tipo “Il sapore della speranza”
Un evento, ”La cena galeotta” organizzata l’anno passato da Malazé, l’associazione presieduta da Rosario Mattera, nel Carcere femminile di Pozzuoli durante la quale viene trasmesso il bel docufilm “Il Sole nel piatto”" (regia di A Postiglione prodotto da Roberto Gambacorta) dedicato all’Arte ed al Mondo della Pizza (maiuscole assolutamente volute)
Nasce l’idea di un corso per le detenute, Enzo Coccia, il maestro pizzaiolo che del film é anima e voce narrante, si entusiasma all’idea.
Adriana Intilla da vita alla lunga e faticosa trafila per organizzarlo materialmente, Laura Gambacorta ne svolgerà puntuale opera di comunicazione…
E dunque i maestri pizzaioli diventano tre, bravi e generosi di se (Enzo Coccia, Attilio Bachetti, Gino Sorbillo) la donna impegnata e tenace (Adriana Intilla, coordinatrice del corso) viene ben supportatata da un’associazione di territorio radicata e capace come la Malazé di Rosario Mattera che ha devoluto fondi ed energi, dalla ricettività di una direzione carceraria più aperta ed illuminata di altre (Il carcere femminile di Pozzuoli)
La Regione stanzia un piccolo fondo, pochi danari, ma c’é anche la disponibilità di chi ha offerto o fornito al costo forno e materie prime (Stefano Ferrara e Molino Caputo)
Ultime ma prime le dieci donne che, dopo 64 ore di corso, una notte un po’ agitata per il pensiero dell’impasto per oggi (preparato da loro, 14 ore di lievitazione) per le pizze che siamo stati invitati a degustare oggi, hanno ricevuto il loro “diplomino di aspiranti pizzaiole”
Monica, Loredana, Angela, Tania, Maria, Rosa uno e Rosa due, Doris, Antonietta, Flora…..
Donne…più o meno giovani più o meno “carine”, tutte comunque rese belle da una piccola luce nello sguardo, quella che, nel buio del vivere recluso, dona anche solo la speranza di un progetto di vita “altro”.
Un progetto fondato sul lavoro, un lavoro concreto e possibile a cui poter aspirare, un lavoro che da la possibilità di inserirsi nel proprio territorio, ma che può essere praticato ed esportato in tanta parte di mondo.
Banalmente non ci si rende conto di cosa significhi vivere reclusi fino a quando non si entra in un carcere.
Ci resti tre ore, senza il tuo cellulare, e ti senti subito “separato” dal mondo….senti grida di cui non riconosci il senso, canzoni lontane, suoni che rimbalzano contro pareti alte a nascondere il paradiso di luce e mare che fuori si apre su un paesaggio di “punte e capi”…
E ti sorprende più che commuoverti, nel racconto del Maestro pizzaiolo Coccia, quel “mamma mia erano cinque anni che non vedevo una Margherita!” (eh già, a noi “liberi” non viene in mente che detenzione possa dire anche non mangiare una pizza per cinque anni…)
Il forno, blu come il colore del cielo blu, costruito da Stefano Ferrara resterà lì, nelle cucine della Casa Circondariale.
Tutti quelli che erano li oggi, sinceramente partecipi, si augurano che Monica, Loredana, Maria e le altre possano continuare a infornare e friggere pizze per tutte le loro compagne di detenzione, così che nessuna di loro debba restare cinque anni (e più) senza una Margherita.
E’ un finale alla Frank Capra, lo so, ma vi avevo avvisato….










